di Anna Cominato, Community engagement specialist City Vision
Camminare per Genova può significare perdere presto la prospettiva. In poche rampe di scale si può passare dalla costrizione di stretti caruggi, con il cielo che si vede a fatica tra i palazzi, e ritrovarsi più in alto, ad osservare la città da sopraelevate, viadotti, e scorci improvvisi. In una città simile orientarsi non è solo una questione di mappe: è un’esperienza fisica, quotidiana, che cambia a seconda di chi sei, di come ti muovi e di cosa ti serve.
Genova pone anche una domanda molto concreta: come può una città così complessa diventare più accessibile, più equa e più vicina ai bisogni reali delle persone?
Il documentario “La città che si prende cura”, realizzato da City Vision per il CNR-Imati prova a rispondere a questa domanda raccontando quattro tecnologie urbane sviluppate e sperimentate a Genova nell’ambito del progetto RAISE – Spoke 1.
Il racconto parte da un’idea semplice: i dati urbani, da soli, non migliorano la vita di nessuno. La differenza la fa ciò che succede dopo: quando la tecnologia smette di essere una vetrina e diventa uno strumento capace di trasformare i dati in risposte, allora la città può offrire servizi più accessibili, aumentare benessere e partecipazione e ridurre barriere.
Quattro tecnologie, un’unica direzione: la città che si adatta alle persone
Quante città diverse convivono nella stessa città? Per un genitore con un passeggino o per un anziano con mobilità ridotta una rampa di scale inattesa può trasformare una passeggiata in un ostacolo. O ancora, per una persona con Parkinson attraversare un passaggio stretto o un luogo affollato, può significare sentire le gambe bloccarsi all’improvviso. È da queste situazioni quotidiane – piccole, concrete, spesso invisibili a chi non le vive – che si sviluppano le sperimentazioni raccontate nel documentario.
Evitare che “la strada più breve” diventi l’unica scelta possibile è il senso con cui è nato Percorso Ottimo: una tecnologia che calcola tragitti su misura, tenendo conto delle preferenze di ciascun utente in merito a pendenza, affollamento o barriere. AntiFoG, invece, attiva sullo smartwatch uno stimolo discreto nel momento del bisogno: una vibrazione che aiuta a “riavviare” il passo e ridurre l’impatto di alcuni stressori urbani per persone con Parkinson.
A partire da esempi come questi, “La città che si prende cura” racconta una tecnologia che smette di essere un discorso astratto e diventa un sostegno concreto alla vita quotidiana: per muoversi, orientarsi, sentirsi sicuri, accedere ai servizi, non sentirsi esclusi e continuare a vivere la propria città.
«Inutile stabilire se una città sia felice o infelice»: suggerisce Calvino nelle Città Invisibili «Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare forma ai desideri e quelle che non ne sono più capaci».
Anche per questo City Vision continua a preferire l’espressione “città intelligenti” rispetto a “smart city”: solo quando è progettata attorno alle persone, la tecnologia può diventare il modo più concreto per trasformare un desiderio in una soluzione reale.
Articolo a cura di
Anna Cominato
Community engagement specialist
In City Vision supporto le fasi di organizzazione del roadshow e degli Stati generali, mi occupo della creazione di contenuti e del coordinamento della comunicazione. Appassionata di narrativa urbana, racconto e valorizzo le esperienze concrete di chi opera per la trasformazione intelligente dei territori.

