di Domenico Lanzilotta, direttore City Vision
C’è un equivoco che torna spesso quando si parla di trasformazione intelligente dei territori, ed è l’idea che una città “funzioni bene” quando è ordinata, quando è organizzata, quando è lineare, quando non ci sono attriti. È una lettura comprensibile: l’ordine rassicura, promette controllo, riduce l’imprevisto. Ma l’ordine rende davvero una città più forte?
Le città reali, quelle che attraversiamo ogni giorno, non sono macchine perfette. Sono ecosistemi: pieni di relazioni, abitudini, conflitti minimi, deviazioni, inciampi, scoperte. E quando proviamo a “sterilizzarle” in nome dell’efficienza, spesso finiamo per togliere loro la qualità più preziosa: la capacità di adattarsi senza spezzarsi. Negli ultimi anni con City Vision abbiamo imparato a guardare con più attenzione a due idee, tra loro complementari.
La prima è quella di città serendipica: una città capace di far accadere scoperte inattese mentre cerchi altro. Non per magia, ma perché crea le condizioni — spazi, mix, occasioni — per incontri e deviazioni felici. La seconda è quella della città equa: non “uguale per tutti”, ma capace di riconoscere differenze e consentire a ciascuno di fare il proprio miglior percorso per arrivare dove deve arrivare.
Una città serendipica ed equa difficilmente sarà una città “organizzata”, ma sicuramente sarà una città più viva, più attraversata, più mista. Quindi, inevitabilmente, più complessa. E una città complessa non si può governare inseguendo l’illusione di un ordine definitivo. La si può governare imparando a progettarne il disordine.
Progettare il disordine, non il caos
Un disordine che non vuol dire caos. Più semplicemente, una città disordinata è una città non ossessionata dalla pianificazione totale. È una città che accetta e incorpora una certa dose di imprevedibilità, perché sa che l’imprevisto è parte della vita urbana.
E questa idea non nasce come provocazione estetica, ma come prospettiva progettuale. Lo spiega magnificamente il lavoro che Pablo Sendra e Richard Sennett sintetizzano nel loro libro Progettare il disordine, edito in Italia da Treccani. In questo quasi-manifesto che si muove agilmente tra teorie e pratiche, si rivelano le fragilità di una città eccessivamente pianificata – troppo ordinata per restare vitale – e rilanciano l’idea di una città aperta, capace di reggere complessità, mix e trasformazioni senza irrigidirsi. Una città che trasforma i suoi “confini” in “bordi”. Il confine, ricordano Sendra e Sennet, è una linea che separa: di qua il centro, di là la periferia; da una parte lo spazio commerciale, dall’altra la zona residenziale. Una linea che produce separazione e dunque rigidità e identità chiuse. Il bordo, invece, è quel che resta quando il confine viene smantellato: una zona sfumata, abitabile, in cui esperienze diverse s’incontrano e interagiscono. Se il confine è netto, il bordo è poroso, vivo, relazionale.
Una città che punta solo sui confini finisce per irrigidire: funzioni separate, quartieri “monotematici”, spazi pubblici che diventano corridoi di passaggio o vetrine. Una città che lavora sui bordi, invece, costruisce membrane: strutture resistenti ma porose, capaci di filtrare e connettere. Pensiamo a luoghi che riescono ad essere più cose insieme: mercato e piazza, incontro e passaggio, quotidianità e memoria. Non perché “non hanno regole”, ma perché hanno regole elastiche: capaci di sostenere usi diversi nello stesso spazio, in momenti diversi, da parte di pubblici diversi. Questo è disordine progettato: non assenza di forma, ma forma che regge la varietà.
La città costruita e la città vissuta
C’è un altro nodo, molto concreto, che spesso rende sterile il dibattito sulla qualità urbana: la tendenza a progettare soltanto ciò che si vede. La cultura francese distingue tra la ville, che è la città materiale fatta di strade, edifici, infrastrutture, spazi pubblici, quel che si misura e si disegna, e la cité, cioè la città vissuta fatta di comportamenti, conoscenza, fiducia o diffidenza, regole informali, abitudini, immaginario. Se progetti la ville senza pensare alla cité, ottieni spazi formalmente corretti, ma comunità fragili. Se pretendi convivenza senza dare luoghi e occasioni per praticarla, ottieni retorica. Progettare il disordine significa tenere insieme entrambe: disegnare spazi che rendano possibili certi comportamenti e — allo stesso tempo — lavorare sulle abitudini e sulle pratiche che quegli spazi attivano.
Agli Stati generali delle città intelligenti 2025 abbiamo usato una metafora che può tornare utile anche in questo ragionamento: il parkour – disciplina urbana che consiste nel superare ostacoli nello spazio cittadino con movimenti rapidi e creativi – come capacità di reinterpretare l’ostacolo, stare nel flusso e trovare nuove vie quando sembra non ci sia spazio per passare. Quella metafora ci serve perché la città disordinata fa la stessa cosa: non elimina ogni attrito, non appiattisce ogni differenza; piuttosto, costruisce condizioni perché l’energia dell’attrito diventi movimento e relazione. Se la città serendipica accende scintille e la città equa fa sì che quelle scintille non siano un privilegio, la città disordinata è ciò che permette a tutto questo di reggere nel tempo: una struttura urbana capace di adattarsi.
Tre scelte operative per chi amministra
Se traduciamo questa visione in decisioni pratiche, il disordine progettato non è un’astrazione. È una disciplina amministrativa, fatta di scelte ripetute e coerenti. Ecco tre indirizzi possibili.
3. Progettare bordi, non confini
Il riflesso più comune, quando aumentano complessità e conflitti, è separare: funzioni, flussi, persone, usi. Ma i confini rigidi non risolvono: spesso spostano i problemi, li rendono invisibili, e producono fragilità nuove (zone monofunzione, spazi che si svuotano in certe ore, quartieri che non si parlano). Progettare bordi significa fare l’opposto: costruire zone di contatto. Non “terra di nessuno”, ma spazi e regole che rendono l’incontro possibile in modo sicuro, leggibile, praticabile. Bordi come membrane: filtrano, non bloccano. Cosa vuol dire, concretamente:
- Ibridare senza confondere: creare spazi capaci di reggere più usi (mobilità lenta, sosta breve, micro-eventi, gioco, commercio di prossimità) senza perdere chiarezza e sicurezza.
- Soglie attive: valorizzare portici, affacci, ingressi, panchine, ombra, piccoli slarghi: sono dettagli, ma spesso sono proprio questi a trasformare un “passaggio” in un luogo.
- Mix intenzionale, non casuale: alternare funzioni e orari di vitalità per evitare quartieri “monotematici” e spazi pubblici che diventano deserti o corridoi.
- Cura e presidio leggero: un bordo vive se è curato (manutenzione, illuminazione, micro-arredo, pulizia) e se c’è una presenza che lo rende riconoscibile.
La leva amministrativa, qui, è spesso più semplice di quanto sembri: cambiano i risultati quando cambiano i criteri con cui si disegnano progetti, capitolati e rigenerazioni. Non solo “cosa costruisco”, ma che tipo di relazione urbano-sociale sto rendendo possibile.
3. Progettare porosità sia nella ville, sia nella cité
La porosità non è solo una questione di urbanistica: è anche una questione di pratiche, accesso, regole, fiducia. Una città può essere “ben disegnata” e restare chiusa se la vita quotidiana è intrappolata in rigidità: orari impossibili, servizi lontani, procedure che scoraggiano, spazi che sembrano non appartenere a nessuno.
Porosità nella ville significa rimuovere attriti inutili e riconnettere:
- attraversamenti sicuri, continuità pedonale e ciclabile, micro-connessioni che ricuciono;
- accessibilità reale (non solo formale), orientamento, comfort urbano: sedute, ombra, bagni, illuminazione;
- spazi pubblici che non siano solo “belli”, ma usabili.
Porosità nella cité significa lavorare sulla città vissuta:
- regole d’uso dello spazio pubblico che non puniscano la spontaneità, ma la incanalino;
- dispositivi di convivenza: non “tutto è vietato” (che produce conflitto) e nemmeno “tutto è permesso” (che produce abuso), ma un equilibrio adulto, comprensibile, condiviso;
- soprattutto: una quota di autodisordine istituzionale. Convivere richiede flessibilità anche da parte dell’ente pubblico: accettare che non tutto sia prevedibile, e che il governo della città sia anche una pratica di aggiustamento.
Qui la leva amministrativa non è solo il cantiere: sono regolamenti, concessioni temporanee, patti di collaborazione, modalità di gestione e apertura degli spazi. In altre parole: governance, non solo opere.
3) Governare per adattamenti, non per ottenere il piano perfetto
La città disordinata non è una città senza pianificazione. È una città che smette di credere nella pianificazione come promessa di controllo totale. I piani perfetti hanno due limiti: arrivano tardi rispetto al cambiamento e, quando il contesto cambia, diventano una gabbia. Governare per adattamento significa assumere un metodo: piccoli esperimenti, ascolto, feedback, correzioni continue. Non improvvisazione: una regia chiara, ma strumenti flessibili.
Cosa vuol dire, concretamente:
- prototipi urbani (interventi reversibili e testabili) prima di rendere definitive scelte costose;
- indicatori semplici, condivisi: flussi, permanenza, sicurezza percepita, accessibilità, impatti su residenti e attività, livello di conflittualità;
- cicli brevi di decisione: rivedere, correggere, migliorare con scadenze dichiarate (non “una volta per tutte”);
- comunicare il perché: spiegare che “stiamo testando” non significa non sapere cosa fare, ma applicare un metodo responsabile.
Con l’idea che una casa comune non funziona quando è perfetta: funziona quando è abitabile anche mentre cambia.
Le città non hanno bisogno di diventare impeccabili. Hanno bisogno di diventare sempre più abitabili: capaci di sorprendere senza escludere, di mescolare senza esplodere, di cambiare senza perdere se stesse. E forse progettare il disordine significa questo: costruire una città che non teme la complessità, perché la sa trasformare in relazione. Una città che, invece di chiudersi nei confini, investe nei bordi. E per questo resta viva.
Domenico Lanzilotta
Foto di Isaac Maffeis su Unsplash
