Una città intelligente non si misura solo dalla quantità di tecnologia che introduce, ma dalla capacità di renderla comprensibile, accessibile, sicura e utile. Senza competenze diffuse, dati e intelligenza artificiale rischiano di aumentare le distanze invece di ridurle.
di Domenico Lanzilotta, direttore di City Vision
Nelle ultime settimane, nel lavoro quotidiano con City Vision, mi è capitato spesso di tornare su uno stesso punto: il rapporto tra smart city e competenze digitali. È successo durante incontri pubblici, tavoli di lavoro, conversazioni con amministratrici e amministratori pubblici, imprese, tecnici, ricercatori e persone che ogni giorno si occupano, da prospettive diverse, di trasformazione dei territori.
La domanda è questa: quanto può essere intelligente una città, se chi la abita non è messo nelle condizioni di comprenderla?
È una domanda che mi sono fatto ogni volta che si parla di dati, intelligenza artificiale, servizi digitali, sicurezza, piattaforme e nuove infrastrutture tecnologiche. Da una parte c’è una spinta evidente verso strumenti sempre più avanzati. Dall’altra c’è una questione altrettanto evidente, ma a volte meno raccontata: la capacità delle persone di usare questi strumenti, fidarsi del modo in cui vengono introdotti e governati, capirne il funzionamento, riconoscerne i benefici e anche i limiti.
È da qui che nasce questa riflessione: una città intelligente non può essere troppo “più intelligente” di chi la abita. E perdonate la forma non proprio ortodossa.
Una città può avere sensori, dashboard, piattaforme digitali, sistemi di intelligenza artificiale, app per accedere ai servizi, infrastrutture connesse, banche dati sempre più articolate. Può misurare meglio i flussi, anticipare i bisogni, rendere più efficienti i processi, automatizzare alcune attività, rendere più rapida la relazione tra amministrazione e cittadine e cittadini.
Ma se le persone non sono messe nelle condizioni di comprendere, usare e valutare queste tecnologie, la città rischia di diventare intelligente solo sulla carta. O, peggio, rischia di diventare intelligente per alcuni e opaca per altri.
Accanto all’introduzione di nuove soluzioni digitali, la grande sfida della smart city oggi è fare in modo che quelle soluzioni siano comprensibili, accessibili, sicure e utili. L’innovazione urbana, infatti, non si misura solo dalla quantità di tecnologia disponibile, ma dalla capacità di trasformarla in un beneficio reale per la vita collettiva.
La smart city non è una gara tecnologica
Per molto tempo il racconto della città intelligente è stato dominato da una logica di accumulo: più sensori, più dati, più piattaforme, più servizi digitali, più automazione, più intelligenza artificiale. È una visione comprensibile, ma incompleta.
Le tecnologie sono importanti: senza infrastrutture digitali adeguate, senza dati di qualità, senza capacità di analisi, senza sistemi interoperabili, una pubblica amministrazione fatica a governare la complessità dei territori contemporanei. Ma una città non diventa intelligente perché installa tecnologia. Diventa intelligente quando quella tecnologia aiuta a prendere decisioni migliori, a progettare servizi più efficaci, a ridurre disuguaglianze, a migliorare la qualità dello spazio pubblico, a rendere più semplice la vita quotidiana.

Abbiamo parlato di questi temi, tra l’altro, durante City Vision Torino 2026, a Palazzo Madama, evento realizzato con l’assessore alla Legalità e sicurezza del Comune di Torino Marco Porcedda
Una dashboard può essere uno strumento di governo o un pannello incomprensibile. Un’app può semplificare l’accesso a un servizio o creare una nuova barriera. Un sistema di intelligenza artificiale può aiutare un’amministrazione a leggere meglio i bisogni del territorio o produrre decisioni difficili da spiegare. Un portale digitale può avvicinare il cittadino alla pubblica amministrazione o confermare la sensazione di distanza, freddezza e frustrazione.
Per questo dovremmo smettere di raccontare la città intelligente in un paradigma narrativo da gara tecnologica. Smettere di chiederci: «Quanta tecnologia abbiamo introdotto?» e cominciare a domandarci: «Quanta capacità collettiva abbiamo generato attraverso quella tecnologia?».
Il rischio dell’asimmetria sociale
Ogni innovazione porta una nuova promessa. Ma ogni innovazione, se non viene accompagnata, può anche produrre una nuova asimmetria. Chi possiede competenze digitali più solide accede più facilmente ai servizi, comprende meglio le opportunità, si orienta con maggiore sicurezza tra piattaforme, identità digitali, pagamenti elettronici, fascicoli online, sistemi di prenotazione, strumenti di partecipazione. Chi invece ha meno competenze, meno tempo, meno fiducia o meno familiarità con gli strumenti digitali rischia di restare più indietro.
La lista delle potenziali fragilità è lunga e non si ferma al tema anagrafico: riguarda le fragilità sociali, educative, economiche e territoriali; riguarda chi vive in aree meno servite; riguarda chi non ha dispositivi adeguati; riguarda chi non ha una rete di supporto. Riguarda anche una parte del personale pubblico, chiamato a gestire processi sempre più complessi senza essere sempre accompagnato da percorsi di formazione coerenti con la velocità del cambiamento.
In Italia, nel 2025, la quota di persone tra 16 e 74 anni con competenze digitali almeno di base è pari al 54,3%. Il dato è in crescita rispetto all’anno precedente, ma resta lontano dall’obiettivo europeo dell’80% entro il 2030. L’Istat segnala inoltre forti divari socio-culturali nella distribuzione delle competenze digitali. Questo dato dovrebbe entrare stabilmente nel modo in cui parliamo di città intelligenti, perché ci spiega bene che non basta digitalizzare un servizio se una parte rilevante della popolazione non è nelle condizioni di usarlo pienamente. Non basta aprire dati se mancano le competenze per interpretarli. Non basta introdurre intelligenza artificiale se non si costruisce fiducia attorno al suo utilizzo.
La città intelligente non può essere pensata solo per l’utente competente, veloce, informato, connesso. Deve essere pensata anche per chi ha bisogno di essere accompagnato. Solo così è una “città che si prende cura“.
Smart city e competenze digitali: le competenze come infrastruttura urbana
Siamo abituati a considerare infrastrutture le strade, le reti energetiche, la fibra ottica, le piattaforme, i sistemi informativi, ma nel tempo che stiamo vivendo anche le competenze sono infrastrutture. Parlare di smart city e competenze digitali significa esattamente questo: riconoscere che una cittadinanza più competente rende una città più forte. Un’amministrazione più preparata rende una città più capace di governare l’innovazione. Un territorio che investe nella comprensione diffusa delle tecnologie è un territorio che riduce la distanza tra promessa digitale e impatto reale.
Le competenze digitali sono capacità di orientamento, valutazione, scelta, prima ancora che capacità di usare uno strumento. Essere competenti in campo digitale significa saper riconoscere un servizio affidabile, comprendere come vengono usati i propri dati, proteggere la propria identità digitale, interagire con la pubblica amministrazione, capire i benefici e i limiti di una soluzione tecnologica.
Per questo la formazione alle competenze digitali va pienamente considerata una politica urbana e, in quest’ottica, la trasformazione digitale dei territori deve diventare anche un percorso di capacitazione collettiva. Una città è davvero intelligente quando aumenta la propria capacità amministrativa e, insieme, la capacità delle persone di abitare il cambiamento.
Sicurezza digitale e fiducia pubblica
C’è poi un altro tema che non può essere separato dalle competenze: la sicurezza digitale. Una città più connessa è anche una città più esposta. Più servizi digitali significano più dati trattati, più interazioni online, più identità da proteggere, più sistemi da mettere in sicurezza. E la sicurezza è una condizione di fiducia.

Tema emerso per esempio nel corso di una interessante conversazione all’Open Data Hub Day con Roberto Cavaliere, l’assessora alla Smart City del Comune di Padova Margherita Cera e l’assessore all’Urbanistica e al verde del Comune di Udine Ivano Marchiol
Se cittadine e cittadini percepiscono i servizi digitali come insicuri, opachi o difficili da controllare, li useranno meno. Se il personale pubblico non è formato sui rischi, anche le migliori infrastrutture possono diventare vulnerabili. Se un’amministrazione non comunica con chiarezza come vengono trattati i dati, la relazione con la comunità si indebolisce.
Senza fiducia, l’innovazione resta distante. Con la fiducia, può diventare davvero parte della vita quotidiana.
La città intelligente, allora, non è quella che introduce più tecnologia, ma quella che costruisce le condizioni perché quella tecnologia sia davvero abitabile. Per questo il rapporto tra smart city e competenze digitali deve diventare centrale nelle politiche urbane. Questo significa investire nelle infrastrutture digitali, certo, ma anche nelle competenze, nella fiducia, nella sicurezza, nella capacità amministrativa e nella chiarezza con cui le innovazioni vengono spiegate alle persone.
Foto di Ryoji Iwata su Unsplash
L'autore
Domenico Lanzilotta
Direttore City Vision
Giornalista professionista e imprenditore in Blum, dirigo fin dalla sua nascita City Vision, progetto che ha trasformato il tema delle città intelligenti in una passione personale. Oggi mi dedico a espandere la community di City Vision, facilitando il confronto tra amministratori, imprese e innovatori per dare vita a nuovi progetti di trasformazione dei territori.

